Il mito dell’esperienza: quando diventa un ostacolo invece che una risorsa
di Filippo Vadalà – Terapista ABA, Mental Coach, Autore, Formatore
Spesso sento parlare di “esperienza” come se fosse la garanzia assoluta di qualità.
“Ha trent’anni di esperienza”.
“Si è sempre fatto così, quindi funziona”.
Ma la domanda che mi pongo ogni volta è: che tipo di esperienza è, se da trent’anni si ripetono le stesse cose, nello stesso modo, senza evolvere?
A mio avviso, quella non è esperienza. È solo la ripetizione di un anno di pratica moltiplicato per trenta. Non c’è crescita, non c’è ricerca, non c’è rinnovamento. È un copia e incolla continuo, che diventa abitudine e routine, ma non progresso.
In campo educativo, terapeutico e sanitario, questa rigidità non è solo un limite: è un pericolo. Perché quando si lavora con le persone – con i loro bisogni, la loro salute, la loro mente – fermarsi al passato, senza visione e senza apertura alle nuove conoscenze, significa condannare chi si affida a te a un benessere parziale, a volte persino a un fallimento.
Un famoso filosofo, Friedrich Nietzsche, scriveva: “Chi ha un perché può sopportare quasi ogni come.”
Eppure, vedo troppi professionisti che hanno dimenticato il loro “perché”. Parlano di esperienza solo come processo di acquisizione clienti, misurano il proprio valore in anni di servizio e non nella capacità di fare la differenza oggi. Per loro l’esperienza è diventata un’etichetta da esibire, non un processo di apprendimento vivo.
Personalmente, il mio rapporto con il concetto di esperienza lo definirei “isolamento refrattario”: un sistema bloccato, che resiste a qualsiasi stimolo esterno, che si oppone al cambiamento per paura di perdere certezze. Ma questo non è crescere. Questo è fossilizzarsi. E come diceva Socrate, “la vera saggezza sta nel riconoscere di non sapere.”
L’esperienza, se è autentica, deve rimanere umile. Deve sapersi contaminare con le nuove competenze, con l’entusiasmo delle nuove figure che arrivano nel panorama professionale, con le innovazioni scientifiche che avanzano ogni anno. Altrimenti non è più esperienza, ma sindrome: quella di chi pensa che “ha già visto tutto”, “sa già tutto” e “non ha niente da imparare”.
Un altro filosofo, Seneca, ci ricorda che “non esiste vento favorevole per il marinaio che non sa dove andare.”
Quanti professionisti hanno accumulato anni di pratica senza mai cambiare rotta, senza mai interrogarsi sulla direzione, senza mai mettere in discussione i propri strumenti? Non chiamerei questo esperienza. Lo chiamerei immobilismo.
Oggi, invece, stanno nascendo nuove figure, professionisti con competenze aggiornate, missioni chiare, dedizione reale e la voglia di innovare. Hanno entusiasmo, sete di conoscenza e capacità di integrare saperi diversi. Sono spesso i veri nemici dei cosiddetti “esperti crepuscolari”, quelli che io chiamo la congrega dei crepuscolari: professionisti che, dopo una mancata realizzazione personale, hanno trasformato la loro esperienza in una corazza di negatività. Non costruiscono più, non creano più, non si mettono più in gioco. Si limitano a ripetere e a screditare chi porta aria nuova.
Ma la verità è che la salute, l’educazione, il benessere delle persone non hanno bisogno di muri, ma di ponti. Non hanno bisogno di guardiani del passato, ma di costruttori del futuro.
In fondo, come diceva Albert Einstein, “la follia è continuare a fare le stesse cose aspettandosi risultati diversi.” E quanti interventi, quante pratiche terapeutiche, quante metodologie vengono ripetute da decenni senza mai davvero porsi la domanda se siano ancora efficaci, se possano essere migliorate, se ci sia un modo nuovo per rendere la vita delle persone più dignitosa e piena?
Per questo credo che parlare di esperienza senza prospettiva, senza aggiornamento e senza visione, non sia solo inutile: è dannoso. Non serve a chi soffre, non serve a chi ha bisogno, non serve a chi cerca soluzioni.
L’esperienza vera è quella che si rinnova ogni giorno. È quella che sa ringraziare chi è venuto prima, ma che sa anche aprire la porta a chi arriva dopo. È quella che non si chiude, ma si mette in discussione. È quella che sa che la conoscenza non è mai finita, e che ogni persona che incontriamo può insegnarci qualcosa.
Il virus peggiore, diceva un filosofo contemporaneo, è quello di chi pensa di essersi fatto da solo e di non dovere dire grazie a nessuno. Questo atteggiamento, che a volte si ammanta di “esperienza”, in realtà è solo arroganza.
Oggi più che mai abbiamo bisogno di professionisti che non si limitino a contare gli anni di servizio, ma che sappiano dare significato agli anni vissuti. Professionisti capaci di integrare, di innovare, di guardare avanti. Non per moda, ma per rispetto verso le persone di cui ci prendiamo cura.
E allora smettiamola di considerare l’esperienza come un numero.
Iniziamo a considerarla per quello che dovrebbe essere: un processo di crescita continua, alimentata dall’umiltà, dalla curiosità e dalla volontà di migliorare sempre.
Filippo Vadalà
Terapista ABA – Mental Coach – Autore – Formatore
